CARNEVALE DI VIAREGGIO

" Un pò di Storia "

   

Viareggio non l’ha inventato,

 l’ha preso dalla tradizione, vecchia di millenni, 

l’ha cavato dall’anima popolare.

Ma gli ha dato un’impronta tutta sua, che è l’impronta della gente di mare: ha ricreato sulla terra ferma il difficile equilibrio della nave dondolandosi nell’acqua.

Poi gli ha dato uno spirito tutto suo, che è quello della gente toscana, dei “maledetti” toscani: uno spirito aspro e frizzante come il vino nuovo, pungente a volte come la sferza del libeccio in inverno, piacevole spesso come una giornata in primavera; vivace sempre.

Silvio Micheli,scrittore acuto e appassionato amante del Carnevale, rievoca così l’epoca dei pionieri: “A quel tempo il carro nasceva odoroso di ragia e pece come un bastimento, nello stesso cantiere, a coppi di ascia e a colpi di mazzetta, come durasse là dentro a notte alta il lavoro. La pasta e i giornali verranno poi. Un colpo d’ascia e una carezza a palmo aperto perché la mano potesse sfiorare il disegno, perché l’occhio potesse seguirne le linee: come a bordo.  Marinai e calafati, sbozzatori e carpentieri, qualche imbianchino segretamente iniziato all’arte del pittore o per dir meglio alla decorazione, e sbozzellai e intagliatori: erano questi, ciascuno a modo suo, a dare l’opera dopo il travaglio giornaliero a bordo o nei cantieri.

“L’idea nasceva attinta alle battute di spirito che genialissime spumeggiavano sui marmi dei caffè aperti a bocca di lupo sulle banchine della vecchia Darsena. Dove si raccontavano le storie attorno ai quartucci sotto il lume a confino, con la cadenza delle lunghe giornate a bordo, un ritmo che prendeva il tono dello sciambrottio del mare nelle calate.

“Così nasceva il carro, dallo stesso estro, dalla medesima maestria con le quali gareggiavano, insuperabili, nell’arte delle costruzioni a vela, avvivate da un dose di sanissimo umore setacciato nei caffè insieme a qualche brancata di lire, oltre all’opera gratuita di qualcuno.”

Quando ormai tutto filava a gonfie vele, ogni anno un successo più strepitoso dell’altro, una notte di fine giugno del 1960 successe l’incredibile: 

bruciarono irrimediabilmente gli hangars dove nascevano i colossi di cartapesta, che erano stati eretti, interamente in legno, presso la ferrovia fin dal 1949. Bruciarono in pochi minuti, senza che niente potesse impedirlo.

 E fu di nuovo una pagina nera nella storia di una città che ricordava il grande incendio della passeggiata nel 1917 e ne rivisse il dramma.

“Erano bastati dieci minuti alle fiamme per divorare le creazioni in cartapesta dei famosi “maghi”  che erano costate mesi e mesi di duro lavoro"

“Con un fragore impressionante le tavole stagionate con cui erano costruiti gli hangars- facile esca delle fiamme- si abbattevano al suolo; spezzoni luminosi erano proiettati a distanza, come in un tragico spettacolo pirotecnico.”

Il titolo che demmo a questo “servizio” parve rappresentare la pietra tombale della manifestazione: “I ‘maghi’ del buonumore piangono sulle ceneri del carnevale distrutto”

   

Invece da quelle ceneri, quasi araba fenice, il Carnevale risorse: “più bello che pria”, come il Pardini intitolò il suo carro per l’edizione del 1961. E cercò, per gli anni Settanta, nuove formule che si adeguassero ai gusti nuovi, alle esigenze nuove, agli svaghi nuovi.

I carri erano ancora il piatto forte, naturalmente, ma si cercava un contorno stimolante: isole di allegria lungo il percorso della sfilata, mascheroni che si muovevano allegramente tra la folla, il brio delle bande musicali. E poi valanghe di stelle filanti, turbinii dei coriandoli e musica da stordire per ore ed ore.

 

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